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Chi dedica il 20% dell'orario lavorativo a Facebook o Twitter è più efficiente: lo dice una ricerca dell'Università di Melbourne
Ogni tanto qualcuno ci prova: convincere i datori di lavoro che navigare tra social network e altri siti rilassanti non danneggia la produttività. Anzi. Questa volta è l'università di Melbourne, in Australia, che cerca di abbattere i luoghi comuni negativi che convincono le aziende a filtrare i siti internet accessibili ai loro impiegati, mettendo in cima alla lista dei non graditi il famigerato Facebook.
Brent Coker, docente di marketing presso l'Università, ha condotto una ricerca secondo cui le persone che navigano in internet per divertimento - per meno del 20 per cento dell'orario lavorativo - risultano più produttive del 9 per cento rispetto a quelle che non lo fanno. La ricerca, basata su un campione di 300 lavoratori con accesso a Internet sul posto di lavoro, testimonia in fondo una cosa ovvia: intrattenersi con gli amici, esercitarsi in qualche giochino rilassante come Mafia Wars, sono passatempo piacevoli che aiutano a riprendere il lavoro con mente più rilassata.
“Le persone hanno bisogno di queste pause – ha spiegato Coker –, hanno bisogno di un piccolo time-out in modo da riuscire a tornare più fresche alle proprie occupazioni”. Naturalmente, la misura è essenziale. Se si supera la cifra magica del 20% della giornata lavorativa, addio produttività, e non solo. Secondo Coker, non tutti i siti hanno un effetto rivitalizzante. Le banche online, per esempio (e si capisce perché), ma anche i siti sportivi, quelli d'asta e di shopping.
Sulla stessa linea si è dichiarato il presidente del Human Resources Institute of Australia, Peter Wilson: “Siamo esseri umani – ha dichiarato a un giornale locale – abbiamo bisogno di essere parte di qualcosa per una vita equilibrata, e ci sono prove che si lavora meglio se fai parte di realtà diverse”. Wilson, un po' controcorrente, non approva l'abitudine di filtrare i siti internet sul posto di lavoro e indica a esempio quelle aziende, come IBM e Optus, che usano, invece, i social network come strumenti di lavoro, per dialogare con i clienti.
Le società che integrano Facebook e Twitter nella strategia di business sono ormai molte, ma quante si fidano a lasciare i dipendenti liberi di consultarli per ragioni personali? L'associazione sindacale più autorevole in Australia, l' Australian Council of Trade Unions, mostra un quadro di sostanziale diffidenza da parte dei datori di lavoro. Secondo Joel Fetter, presidente dell’ACTU, il 66 per cento dei datori di lavoro negli Stati Uniti sorveglia la navigazione dei propri dipendenti, e il 43 per cento ne controllerebbe addirittura la posta elettronica.
“Abbiamo visto una serie di casi di licenziamenti e sanzioni disciplinari per avere inviato messaggi personali” ha detto Fetter.
Esempi di severità rari, in Italia soprattutto, dove tuttavia sembra prevalere ancora la diffidenza nei confronti dei “fannulloni” tecnologici. Sul web si moltiplicano le offerte di software di controllo per le aziende e i trucchi dedicati agli impiegati che vogliono superare l'embargo dei datori di lavoro. Ma se la chiave di tutto è, come sostiene la ricerca australiana, la misura, sarà difficile trovare una soluzione che non passi per il senso di responsabilità dei singoli. E non esistono, per ora, software in grado di garantirlo.
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