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Lui è Mark, il primo uomo «infettato» da un virus per pc
MILANO - Mark Gasson lo ha fatto ovviamente solo per scopi scientifici: ha contaminato un chip con un virus per computer e se l'è fatto impiantare direttamente nel braccio. Il risultato è stato imprevisto: il virus si è propagato. E ora il ricercatore britannico può vantarsi del titolo di «primo uomo infetto da virus per pc». Ma lo studioso mette in guardia da inquietanti scenari: dispositivi medici avanzati come pacemaker o impianti cocleari possono essere vulnerabili ad attacchi di hacker.
MICROCHIP INFETTO - Mark Gasson è uno scienziato del Cybernetic Intelligence Research Group, lo stesso dipartimento di cibernetica presso l'università di Reading, in Inghilterra, che ha fatto da apripista ad esperimenti pioneristici che fondono biologia e computer. Ebbene, nel 2009 Gasson si è fatto impiantare nella mano sinistra un microchip a radiofrequenza, simile a quelli identificativi inseriti sottocute agli animali - i cani prima di tutto. E nel codice del microcircuito ha installato un comune virus per computer.
VIRUS NELL'ORGANISMO - Il chip del ricercatore era collegato ai sistemi elettronici di lettura installati alle porte della struttura universitaria che gli permettevano di oltrepassare automaticamente le porte di sicurezza, ma anche di sbloccare il suo cellulare. E come per la tecnologia Rfid impiantata sugli animali era dunque possibile identificarlo, individuarlo e tracciare il suo percorso. Con il chip manipolato Gasson è stato però in grado di infettare i dispositivi di lettura. «Il chip contaminato ha infettato il sistema principale col quale comunicava. Se altri apparecchi fossero stati collegati con il sistema, il virus si sarebbe trasferito pure lì», ha spiegato Gasson. Insomma, con questo esperimento il britannico ha dimostrato come, anche all'interno dell'organismo umano, se un dispositivo è contaminato da virus, esso è in grado di propagarsi agli altri dispositivi con cui entra sistemicamente in contatto attraverso il corpo umano.
IL GATTO INFETTO - I dettagli del test verranno resi noti a inizio giugno in Australia in occasione della International Symposium on Technology and Society (Ieee. Il principo potrebbe comunque essere lo stesso presentato da un team di ricercatori americani attorno al professore informatico Andrew S. Tanenbaum nel 2006. Nel documento «Is your cat infected with a computer virus?» il gruppo descriveva in che modo la vulnerabilità può essere utilizzata per indebolire una varietà di sistemi di tracciabilità, ovvero come si possono infettare con malware i sistemi a radiofrequenza via buffer overflow.
ATTACCHI INFORMATICI AI PACEMAKER - Gasson spiega di aver indossato questo impianto per circa un anno e di essersi abituato talmente al dispositivo da sentirlo come parte del suo corpo. «Essere "la prima persona infetta da un virus informatico" è un'esperienza emozionante», ha spiegato. Tutto bene, dunque? Non proprio. I rischi sono in agguato, ha avvertito lo scienziato. Soprattutto se si pensa a certi sistemi di identificazione già sperimentati con successo e in uso anche per l'uomo. Come in diversi ospedali Usa dove microchip impiantati sottopelle contenengono preziose informazioni sulla persona per risalire alla scheda medica. Ma anche nel campo medico avanzato con il pacemaker o l'impianto cocleare (orecchio artificiale). Tutti potenziali bersagli di attacchi da parte di hacker.
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