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L'uomo allunò il 20 luglio 1969, e con lui il primo computer con circuiti integrati. A 40 anni da quello storico avvenimento, l'uomo si affida sempre di più ai pc, mentre allora...
Molti nostri lettori non erano nati, e anche chi scrive non era ancora sotto questo cielo. Ma gli altri, quel cielo del 20 luglio 1969, se lo ricorderanno per sempre. In quella data, il mondo toccò la luna con un dito, e per una volta non fu un modo di dire. Neil Armstrong, Buzz Aldrin e Michael Collins atterrarono sul suolo lunare a bordo del modulo Apollo 11, e Armstrong fu il primo uomo a lasciare un'impronta sul satellite terrestre. Tutto questo è storia nota, e, su quegli astronauti, giornalisti e scrittori si sono esercitati fino a oggi per capire cosa succede nel cervello di un uomo quando guarda la Terra da un altro pianeta e cosa c'è in quelle stesse teste prima di decollare verso l'ignoto. Noi ci occupiamo di cervelli elettronici, ed è di questo che vogliamo parlare in occasione dei 40 anni dall'allunaggio della missione Apollo.
I computer, allora, non erano certo oggetti domestici d'uso corrente, e, per contro, la loro potenza di calcolo poteva essere inferiore a quella di un normale cellulare. Ce lo ha spiegato bene Alessandro Vietti, laureato in ingegneria elettrotecnica e progettista di sistemi di supervisione e controllo, ma anche autore di letteratura fantastica (Premio Cosmo 1995 per il miglior romanzo di fantascienza italiano).
“I primissimi voli spaziali avvennero senza l'ausilio del computer – racconta Vietti -. La Mercury, la capsula che portò in orbita Alan Shepard e John Glenn, i primi astronauti americani, era interamente in tecnologia "analogica". La prima presenza di un apparecchio digitale – prosegue il nostro interlocutore - la troviamo nel Programma Gemini, sviluppato dalla IBM: una macchina molto lenta, il tempo di ciclo per un'istruzione semplice era di 140 millisecondi. Al computer di bordo occorrevano 140 millisecondi per eseguire un’addizione e per una singola divisione bisognava attendere quasi un secondo! Poteva girare solo un programma per volta e le istruzioni potevano essere eseguite solo sequenzialmente. Le memorie erano costituite da nuclei di ferrite in grado di contenere 4.096 indirizzi ciascuno di 39 bit”.
Correva l'anno 1963 e si dovette aspettare altri due anni per vedere i primi registratori a nastro, come apparecchi di memorizzazione ausiliaria, che furono adottati sulla Gemini VII, e durarono fino alla fine degli anni 70.
Il problema fondamentale per un computer di bordo è l'affidabilita: “L'affidabilità iniziale di questi sistemi era stimata nella misura di un bit errato su 170 mila – racconta ancora Vietti - e l'IBM volle portarla, per applicazioni spaziali, a uno su un miliardo”.
Benché molto presto vennero adottate anche specifiche applicazioni programmate in linguaggio Fortran, allora il software era sviluppato perlopiù direttamente in codice macchina. Nel caso della prima Gemini i programmatori dovettero cavarsela con le sole 16 istruzioni che il computer era in grado di riconoscere, mentre l'interfaccia era costituita da alcuni interruttori, un selettore, una tastiera a dieci cifre e un display rotativo a sette cifre. Ma il computer che volò sulla luna costituì un ulteriore, significativo, passo in avanti.
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