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La promessa di Mister Wikipedia "E ora sfido l'impero Google"


L'apocalisse può attendere. Stanno arrivando un paio di anni duri, non il Grande Crollo che spazzerà via aziende e media, e bloccherà l'innovazione tecnologica. Anzi sarà l'occasione buona perché vecchi privilegi finiscano: nei prossimi due anni ci sarà poca pubblicità, i tagli di budget, sì, ma mentre finora la gente si chiudeva in casa a guardare la tv, stavolta passerà una parte più grande del suo tempo su Internet, che è un modo economico e intelligente di spendere il tempo libero.

E questa è la fine dell'immunità televisiva verso i colpi del ciclo economico: la pubblicità dovrà regolarsi di conseguenza. Ma non è il momento di aver paura: anzi lui sta lanciando una "cosa" che potrebbe diventare, com'è stato detto: "il peggior incubo di Internet".
Lui, Jimmy Wales, 42 anni, semina nel World Business Forum di Milano la visione ottimistica che l'ha portato a fare di Wikipedia, la sua creatura più nota, un brand forte e conosciuto nel mondo. E "l'incubo" di Google cos'è? È la filiazione commerciale di Wikipedia, che si chiama Wikìa ed è una sorta di catalogo di contenuti del sapere "pop". Dove i contenuti li mettono quelli che le cose le amano: ci sono migliaia di collaboratori che scrivono dei muppet, decine di migliaia parlano di World of Warcraft. Chi cerca informazioni su quegli argomenti troverà queste pagine. È la vecchia idea di Yahoo!, il catalogo del sapere, ma arricchito dalla "saggezza delle masse" di Wikipedia.

Una nuova idea proprio adesso? "Voi europei siete spaventati e troppo protezionisti. Quello sì, il protezionismo mi preoccupa".

Scivola tranquillo in mezzo alle obiezioni che ritiene più scontate, come quelle sull'autorevolezza e l'affidabilità di un'enciclopedia compilata da 75 mila collaboratori nel mondo (e potenzialmente da chiunque voglia), liberi di aprire una pagina e modificarla: "È sbagliato il punto di partenza. Si crede che la Britannica, per dire la migliore delle enciclopedie, sia perfetta: in una sua voce ci sono mediamente tre errori. In una nostra quattro. E poi stiamo lavorando anche sul punto del controllo e delle correzioni".

In Germania, accenna. Dove se no? L'errore non è uno scandalo, è solo un punto di lavoro e un obbligo il riconoscerlo. È un problema che non sarà mai davvero risolto una volta per tutte (ammette), l'importante è cercare gli errori, correggerli, riconoscerli. Regola vera anche per i giornali, dove l'ostilità del popolo digitale verso il foglio di carta è fondata sul fatto che troppo spesso "i giornali sono riluttanti a correggere gli errori che commettono".

Per dire perché è meglio fidarsi disegna la metafora di un ristorante dove si serve la carne, che va tagliata, e dove quindi gli avventori potrebbero accoltellarsi con le posate. "Chiudiamo ogni cliente in una gabbia o ci fidiamo? Non deve vincere la società della diffidenza". E questo - è chiaro - vale non solo per Wikipedia. Si sente portatore di una cultura il cui nocciolo è la credibilità della struttura aperta, collaborativa, fondata sulla fiducia. Per lui è la cultura stessa della rete. Se gli si dice che la crisi potrebbe scuotere l'industria Internet e fermarne lo sviluppo, non ci crede "Ormai la rete è entrata nelle vene della società, nelle abitudini delle persone: non si fermerà per nessun motivo"

Repubblica


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