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E adesso Wikipedia sfida Google


Si può dire tutto ciò che si vuole su Jimmy Wales, il quarantenne fondatore dell’enciclopedia online Wikipedia, ma non certo che gli manchino fantasia e ambizione. Dopo aver rivoluzionato il secolare mondo delle enciclopedie, Wales si propone ora di entrare in un mercato decisamente più giovane, ma – sotto certi aspetti – altrettanto monolitico: quello dei motori di ricerca su Internet.

Wales ha lanciato ufficialmente la sua sfida a Google e Yahoo, promettendo per i primi mesi del 2007 il lancio di un nuovo motore basato sulla stessa natura di Wikipedia, ovvero la collaborazione diretta di migliaia di volontari sparsi per il mondo. L’esotico nome in codice del progetto è Wikiasari, creativo melange del termine hawaiano “wiki” (“velocemente”) e di quello giapponese “asari” (“ricerca accurata”).

Nell’attesa delle auspicate entrate pubblicitarie, il nuovo motore di ricerca si sosterrà grazie ai soldi che Amazon e altri grandi investitori hanno pompato nelle casse di Wikia, la società fondata da Wales che gestisce gli aspetti for-profit e commerciali delle sue innumerevoli iniziative.

Cosa ha spinto Wales a tuffarsi nella nuova avventura? Il fatto che la ricerca online sia ormai “guasta”, come la definisce lui stesso sul sito ufficiale del progetto. “Per le stesse ragioni che hanno guastato il software proprietario: mancanza di libertà, di comunità, di credibilità, di trasparenza. Noi cambieremo tutto questo”. E per farlo, l’idea è di usare l’intelligenza e il senso di giudizio umano, al posto dei sofisticati algoritmi di Google.

Facile immaginare che le parole di Wales solleveranno un bel po’ di polemiche, soprattutto nel sempre più cospicuo gruppo di detrattori di Wikipedia. Lanciata a gennaio del 2001, cresciuta e glorificata universalmente tra il 2002 e il 2003, dalla metà del 2004 l’enciclopedia online è finita al centro di una serie di errori, inconvenienti e critiche che ancora oggi non trova fine.

Dagli scontri dialettici e generazionali con l’Enciclopedia Britannica ai politici americani che “ritoccavano” ad arte le proprie voci; dagli innumerevoli atti di vandalismo alle accuse rivolte a Wales di gestire l’enciclopedia in modo tutt’altro che democratico, ma tramite un ristretto numero di “editors”. Fino alla critica più comune e forse più fastidiosa per un'enciclopedia, quella della mancanza di credibilità, legata proprio alla sua natura specifica: chiunque può intervenire e cambiare le voci, anche chi manca della necessaria competenza e autorevolezza.

In certi casi Wales ha ammesso i difetti della sua creatura. In altri ha difeso a spada tratta quel concetto di autoregolamentazione del Web di cui Wikipedia è forse il simbolo più straordinario. Il lancio di Wikiasari rientra ovviamente in questa seconda posizione e conferma quel ruolo prioritario che secondo Wales l’intelligenza umana collettiva può ancora svolgere su Internet rispetto alle macchine e ai computer di Google.

Ai posteri e al 2007 l’ardua sentenza. Certo è che il progetto di Wikipedia rende più stimolante un settore che si sta gradualmente cristallizzando sulla leadership di Google. La società di Mountain View è già stata indicata con circa dodici mesi d’anticipo come il sito più visitato del prossimo anno, sta investendo vagonate di soldi nella rampante Cina, si prepara a gestire le inserzioni pubblicitarie anche sulla carta stampata e vede allargarsi sempre più il divario nei confronti del rivale numero uno Yahoo.

Dall’Europa, intanto, arrivano notizie poco confortanti su Quaero, quello che meno di due anni fa era stato presentato in pompa magna come la risposta del Vecchio Continente a Google. I due promotori dell’iniziativa, Francia e Germania, non sono riusciti a mettersi d’accordo e il sottosegretario al Ministero dell’Economia e della Tecnologia di Berlino Hartmut Schauerte ha ufficializzato l’uscita della Germania dal progetto. Quaero sopravviverà, dicono a Parigi, mentre la Germania si imbarcherà in una nuova realtà nazionale: Theseus. Ma è ovvio che un servizio squisitamente francofono o uno locale tedesco difficilmente potranno diventare seri concorrenti per Google.

La Stampa


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