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La ‘New Economy´ riparte sotto il segno del Web 2.0
26/07/2007
Forse non avrà gli effetti dirompenti della prima fase del Web ma sono in arrivo grandi novità che trasformeranno ulteriormente il modo in cui persone e aziende agiscono fenomeno del social networking ha il suo corrispettivo, nel mondo business e delle imprese, nel ‘lavoro collaborativo´
«Questa storia del Web 2.0 è piena di personaggi di primo piano, grandi protagonisti della storia di Internet, ma per la verità non si è ancora capito bene quanto è seria». Maurizio Decina, professore ordinario di telecomunicazioni al Politecnico di Milano e massimo esperto italiano di computer, telecomunicazioni, e di segnali digitali, un po´ sorride anche mentre si appresta a parlare del Web 2.0.
«Intanto si può dire da dove arriva questa strana definizione. Arriva dai programmi dei computer, che hanno le varie release, designate appunto con numeri come 3.02, ecc. Dove il numero dopo il punto sta a indicare un aggiornamento, mentre quello che viene prima indica una versione nuova, diversa dalla precedente».
Ma il Web 2.0 quando nasce e che cosa c´era prima?
«Prima, ovviamente, c´era il Web 1.0, anche se nessuno lo ha mai saputo. Tutti abbiamo sempre pensato che il Web fosse il Web e basta, il sistema insomma per girare in Rete, su Internet».
E allora il 2.0 da dove sbuca fuori?
«Nasce nel 2003 a opera di Tim O´ Reilly, grandissimo esperto di comunicazione e di Internet. Si mette a dire che ormai è arrivato il Web 2.0 e che questo aumenterà il lavoro collaborativo nel mondo e che sarà una rivoluzione nel mondo del business».
Ancora un po´ oscuro per la verità.
«Secondo O´ Reilly il Web 2.0 significa l´inizio della seconda stagione di Internet. Se la prima era la stagione in cui io, navigatore, vado solitario in rete e cerco le cose che mi interessano, nella seconda stagione si passa «da tanti a tanti»: le informazioni, cioè, vengono generate in moltissimi punti della rete e da lì vanno a altri. Non solo: si può cominciare anche a fare il lavoro collettivo. Poiché siamo tutti collegati, possiamo lavorare insieme a progetti comuni. Questo è il Web 2.0, per quel che si riesce a capire».
Vedo che è tornato a sorridere, professore.
«Sì, perché qui accade la cosa più divertente. Improvvisamente irrompe sulla scena Tim Berners-Lee, il quale comincia a dire che questa storia del Web 2.0 è una scemenza senza senso, una bufala».
Un´opinione.
«Solo che Tim Berners-Lee è riconosciuto da tutti come l´inventore, il costruttore materiale del Web (l´Internet basato sui siti), è lui che l´ha messo insieme nel 1991 e che lo ha offerto al mondo di Internet e dei naviganti. Quindi la sua opinione fa testo».
Ha sempre il sorriso sulle labbra.
«E´ inevitabile. Perché Berners-Lee, dopo aver detto che il Web 2.0 è una scemenza, alla fine del 2006 lancia il Web 3.0».
Che sarebbe?
«Il Web 2.0 più le cose che sta facendo Berners-Lee e che prima o poi ci spiegherà. Insomma, una storia buffa. Ma tenga conto che tanto O´ Reilly quanto Berners-Lee sono persone serie, di valore. Quindi è probabile che sotto le loro dispute ci sia qualcosa di serio. Ad esempio c´è chi semplifica il tutto sostenendo che il Web 1.0 era quello in cui si usavano i modem a 56 k, mentre il Web 2.0 è quello in cui si hanno larghezze di banda di un mega. E il Web 3.0 comincia con larghezze di banda da 10 mega. Insomma, più si va veloci in Rete, più aumentano le cose che si possono fare e quindi cambia la natura stessa del Web».
E adesso è entrato in scena anche John Chambers, il quale in un´intervista al Financial Times ha detto che il Web 2.0 consentirà al mondo una lunga stagione (dieci o quindici anni) di aumenti di produttività eccezionale, una vera e propria rivoluzione del business, dopo quella vissuta in America a metà degli anni Novanta.
«E qui, di nuovo, abbiamo a che fare con una persona molto seria. Chambers non è un chiacchierone, un teorico, ma un uomo molto concreto. Lui è il capo di Cisco, la società che ha materialmente costruito almeno l´80 per cento dei router che oggi fanno funzionare Internet. Cisco, in un certo senso, è Internet. Cisco è la società che ha permesso la grande crescita della Rete. Chambers è diventato capo di Cisco nel 1995 e allora la società fatturava 1,2 miliardi di dollari. Alla fine dello scorso anno era già arrivata a 28 miliardi di dollari. Ha moltiplicato la sua azienda di quasi trenta volte. E´ uno, insomma, che non parla a vuoto».
E è anche un buon profeta.
«Lo ha ricordato lui stesso. Ha detto di aver fatto negli anni Novanta quattro previsioni, che si sono avverate tutte quante. La prima era che Internet (e tutta l´industria informatica che si trascinava dietro) avrebbe prodotto aumenti elevati di produttività. E la cosa è successa veramente. I dieci anni che cominciano dalla metà degli Novanta sono per l´America una stagione straordinaria di boom economico, guidato appunto dalla rivoluzione informatica».
La seconda previsione di Chambers?
«Che tutto, alla fine, avrebbe trovato la sua integrazione nel protocollo di comunicazione Ip (Internet protocol, quello che oggi si usa in Rete). L´Ip, come è noto, è un protocollo di comunicazione «stupido», molto semplice, rispetto a tutti gli altri disponibili. Ma alla fine ancora una volta ha avuto ragione Chambers. Oggi il protocollo Ip domina su tutto il resto».
La terza previsione?
«Ha detto che tutte le filiere industriali (Pc, tv, voce, ecc.) avrebbero trovato la loro unità in Internet. Quella che oggi chiamiamo la convergenza. E ha visto giusto».
Quarta previsione?
«Che tutti i dispositivi, alla fine, sarebbero stati collegati in Rete, e anche in questo caso ha avuto ragione. E bisogna appunto notare che Chambers non è un opinionista, un teorico. Su queste sue previsioni ha costruito Cisco, l´ha fatta crescere di 30 volte in dieci anni. In questo caso siamo davvero davanti a uno dei grandi protagonisti della Rete, probabilmente il maggiore».
E quindi quando dice il Web 2.0 lancia un´altra lunga stagione di aumento della produttività, un´altra rivoluzione nel mondo del business, bisogna dargli retta?
«Qui, confesso, ho qualche perplessità. Penso che la «magia» degli anni Novanta, il miracolo di Internet e dell´informatica, sia molto difficile da ripetere. Però..».
Cioè?
«Chambers non si limita a fare una nuova profezia. Ma sta lavorando in quella direzione. Ha acquistato, ad esempio, la Scientific Atlanta, che è una società specializzata nei set-top-box, quelle scatolette che si mettono sopra i televisori per ricevere le trasmissioni digitali».
E che cosa se ne fa?
«Lo sa lui. Ma in giro si dice che stia studiando un set-top-box che consente di fare la televisione peer-to-peer».
Che roba è?
«Io ricevo una trasmissione attraverso il set-top-box e da lì la posso ritrasmettere a altri televisori. Una specie di Internet della televisione».
Ha fatto altri acquisti?
«Ha comperato la Webex, che una società molto avanti nelle teleconferenze. E questo ci dice qual, cosa di più per che cosa intenda Chambers quando dice Web 2.0 e perché pensa che la sua introduzione su larga scala potrà creare un forte aumento di produttività».
Ci faccia capire.
«La teleconferenza è un a cosa che già si usa. Ma Chambers pensa che il Web 2.0 (e la banda larga) consentano di andare oltre, consentano cioè quello che si chiama il ‘lavoro collaborativo´ (espressione con cui dovremo fare i conti nei prossimi anni). ‘Lavoro collaborativo´ significa che possiamo lavorare in tanti su uno stesso progetto, ovunque noi si sia nel mondo. In un certo senso significa la globalizzazione del sapere, della ricerca, del fare in tempo reale. Questo, probabilmente, è il grande cambiamento a cui stanno pensando i teorici del Web 2.0».
Insomma, questo Web 2.0 la convince?
«Ripeto, non credo che possa determinare tutti gli effetti che provocò la prima rivoluzione di Internet (quella che poi ha generato la new economy). Credo anch´io però che la storia di Internet non sia affatto finita. Anzi, adesso cominciando una nuova stagione. E molte, moltissime, cose devono ancora accadere. Che poi si tratti del Web 2.0 o del Web 3.0 (come dice Berners-Lee) o che si arrivi al Web 4.0, nessuno lo sa davvero. Di sicuro c´è solo che tutto, dopo un´apparente pausa, è di nuovo in movimento».
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